Ghisolfi e Sforza l’intervista di Bosia e Butteri 

giudizio di molti commentatori, o prima o poi usciremo dalla pandemia da Covid-19. L’umanità, in passato, ha già superato altre durissime prove, ben più pericolose, e ne è sem- pre uscita viva, anche se qualche volta con le ossa rotte. Superare la crisi economica e finanziaria che sta avanzando sarà, invece, decisa- mente più difficile. Ci sarà sicuramente un crollo del PIL, congiunto ad un fabbisogno di liquidità da iniettare nel sistema, se non altro per consentire alla popolazione di sopravvivere. Queste sono ormai due certezze, di cui tutti ne sono consapevoli. “Ora, giustamente, ci si sta concentrando sulla pandemia dal punto di vista sanitario, ma non dobbiamo dimenticare, tenendo nella grande considerazione che meritano le strade indicate da Mario Draghi, il contrasto alle sue ricadute economiche: potrebbero essere drammatiche e dobbiamo avere il lucido coraggio di cambiare paradigmi”, sostiene il nostro Direttore, il Professor Beppe Ghisolfi, pionere della diffusione di un’adeguata educazione economico-finanziaria nel nostro Paese e a livello mondiale, dall’alto del Suo ruolo di Vice Presidente e Tesoriere del Gruppo Europeo delle Casse di Risparmio, nonché Consigliere di Amministrazione dell’Istituto Mondiale delle stesse Casse.

Secondo il pensiero di Ghisolfi lo scenario sarà quello di una recessione, della quale non siamo ancora in grado di prevedere la vastità, tenuto conto del fatto che non ci sono ancora ipotesi assestate sul rientro dell’emergenza: “Prendendo per buono l’avvio di una conclusione verso l’inizio di maggio, in un mese e mezzo si va a sommare un danno che vale una flessione di almeno dieci punti del PIL. Se dovessimo andare avanti ulteriormente, penso che nessuno sia in grado di immaginare il disastro cui assisteremo. Già nel caso più ottimistico, senza misure adeguate, ci aspetta un’ingente recessione mondiale, con tante aziende che non potranno riaprire ed un numero enorme di disoccupati – continua il nostro Direttore -. Basta questo scarno inquietante affresco, credo, per rendere evidente come alla politica e alle classi dirigenti in genere si parano dinnanzi tempi straordinari.

Evitiamo che la pandemia sanitaria si traduca in pandemia statalista

Tempi eccezionali che domandano interventi straordinari”. Si sentono risuonare – in queste dichiarazioni – le indicazioni dell’ex Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, il quale ha fornito una chiara linea programmatica, secondo cui in periodi normali è giusto e doveroso rispettare tutte le regole mentre, al contrario, in questi momenti occorre fare deficit, accumulando debito, certo, ma se non lo si facesse sarebbe decisamente peggio. La tutela dei lavoratori e delle aziende, del risparmio privato e degli asset strategici, è prioritario rispetto a tutto. “L’approccio di Mario Draghi, quindi, è totalmente condivisibile. Anzi, magari accettasse di guidare un Governo che porti il nostro Paese fuori dalla crisi – dichiara il Professor Ghisolfi -: bisogna essere consapevoli che per ottenere i margini dall’Europa serve autorevolezza e credibilità internazionale, ecco perché in tanti stanno pensando a Draghi”. Il debito è il grande argomento in discussione ed il nostro Direttore, anche su questo versante, ha fatto da apripista, parlando di helicopter money: spargere moneta a pioggia, mettendola direttamente nelle tasche dei cittadini, secondo la teoria di Milton Friedman, rilanciata da Nouriel Roubini, in alternativa all’adozione di un mecca- nismo di distribuzione di risorse alle imprese a fondo perduto.

“Potrebbe essere davvero un’esigenza, se dovesse concretizzarsi una durata di mesi a quest’allarme epidemia. È, se vogliamo, l’estremizzazione di un concetto che ho già espresso: meglio il debito pubblico, che il dissolvimento delle aziende e la condanna alla disoccupazione per larghi settori della popolazione. Stiamo parlando, sia chiaro, di una caterva di miliardi, la decisione quindi deve essere europea. D’altronde, anche gli altri Stati si verrebbero a trovare nella nostra situazione e si dovrebbe per forza procedere con scelte radicali e completamente altre da quelle che abbiamo viste in atto nella precedente contingenza. Trump, ad esempio, ha già imboccato con decisione questa direzione – continua il Prof. Ghisolfi -. Vedrete che alla fine prevarrà il buonsenso, anche verso opzioni impensabili fino a ieri. Non per solidarietà, ma per interesse: tutti vorranno uscirne senza dover subire danni sociali drammatici”. Con un altro approccio di politica economica, poi, si inserisce in questo scenario la sollecitazione pubblica lanciata dall’Avvocato Corrado Sforza Fogliani, Presidente di Assopopolari e del Comitato Esecutivo della Banca di Piacenza, nonché del Centro Studi di Confindustria. Nei giorni scorsi, infatti, insieme ad eminenti personalità del mondo accademico, delle imprese, delle professioni, dell’editoria e dell’informazione, ha lanciato un appello, che qui riproduciamo integralmente, invitando tutti i lettori che lo desiderassero alla relativa sottoscrizione: EVITIAMO CHE LA PANDEMIA SANITARIA SI TRADUCA IN PANDEMIA STATALISTA. Mentre gli operatori della sanità pubblica e privata sono in prima linea contro il Covid-19, e mentre la produzione è ferma e gli italiani sono confinati nelle loro abitazioni, il governo sta predisponendo misure emergenziali che sono presentate quali aiuti al sistema economico, ma che in realtà peggioreranno una situazione già disastrosa. Uno Stato moribondo a causa dei debiti contratti negli anni passati si prepara ad aggravare la propria esposizione debitoria, ponendo le premesse per conseguenze ancora più tristi. Al di là delle singole misure, la filosofia di fondo degli interventi governativi è chiara: s’intende allargare la sfera d’azione del potere pubblico nella convinzione che questo possa aiutare l’economia. Predisporre finanziamenti pubblici a questa o quella categoria, offrire garanzie di Stato per i prestiti ed assicurare altre forme di sussidio a quanti sono in difficoltà significa – al di là della retorica – colpire ancor di più il sistema economico produttivo, che sarà ovviamente chiamato a pagare il prezzo di queste decisioni. Anche se gli interventi vengono presentati come se si stesse ricorrendo a una sorta di “manna dal cielo”, le cose non sono così. In sostanza, si sta predisponendo un gigantesco meccanismo di deresponsabilizzazione (gli economisti parlano di moral hazard) e si sta creando una logica da “reddito di cittadinanza” estesa ad ogni settore, categoria e classe sociale. Bisognerebbe muoversi in direzione opposta. Lo Stato deve infatti ritrarsi, in primo luogo rinunciando a ogni imposta diretta per il 2020. È indispensabile che l’apparato pubblico compia quei sacrifici necessari a far sopravvivere il sistema produttivo privato. È necessario che si operino tagli di spesa, che si rinunci a ogni nazionalizzazione (a partire dall’Alitalia, uno scandalo che dura da decenni), che si operi un drastico snellimento della funzione pubblica. Le risorse che sono nella disponibilità dello Stato devono direttamente pervenire agli interessati, senza passare necessariamente attraverso tutto quell’armamentario che ne ritarda l’erogazione e, soprattutto, che (passando per mille enti e un asfissiante percorso burocratico) incide pesantemente sulla consistenza degli aiuti stessi, riducendoli in modo sensibile e favorendo quel clientelismo e quella corruzione che con facilità si annidano proprio negli apparati burocratici. Oltre a ciò, bisogna disboscare la selva delle regole, perché quanti evocano il boom successivo alla Seconda guerra mondiale dovrebbero ricordare come allora chi voleva intraprendere poteva farlo con facilità: non c’erano tutte le leggi che ora impediscono ogni iniziativa, né vi era una pressione fiscale come l’attuale. Se non si abbandonerà questo interventismo autoritario, sostenuto dal generale consenso delle forze politiche, il disastro economico generato dalla pandemia sanitaria non troverà soluzione. Non è possibile alcuna ricostruzione in un’economia dominata dal gioco delle lobby, da una redistribuzione costante delle risorse, da scelte che privilegiano l’oggi e sacrificano – ancora una volta! – le generazioni a venire. Facciamo che lo Stato lasci lavorare in pace chi vuole fare: rinunciando quanto più sia possibile alle imposte dirette del 2020 ed eliminando ogni norma che ora ostacola quanti intraprendono.